Definiti scherzosamente da Bruce Pavitt come dei “surfisti analfabeti”, agli U-Men è stato cucito addosso a posteriori l’abito dei padrini del grunge. Eppure, trattasi di un peccato di ingenuità, poiché se è vero che sono stati una cruciale influenza per band agli esordi come Green River, Soundgarden e Melvins -che nella seconda metà degli anni Ottanta muovevano i primi ed incerti passi nella neonata scena musicale di Seattle- è altrettanto constatabile come i punti in comune con il grunge siano pochi e stilisticamente forzati.
Gli U-Men nascono quasi per noia dall’incontro alla Roosevelt High School tra Tom Price (chitarra) e Charlie “Chas” Ryan (batteria) all’inizio degli Eighties; a forgiare la passione per il punk e per il garage sarà fondamentale il campus universitario dello U-District, fucina di giovani punk e di feste dove tra birra, erba e allucinogeni poteva accadere di tutto. Grazie a Rob Morgan (cantante di un’altra band fondamentale del periodo, i Pudz), Price e Ryan trovano una stanza dove provare: iniziano a suonare senza troppe pretese spulciando nella collezione di dischi dell’amico. Lì nasce il nome della band, dall’accostamento tra il titolo di un bootleg dei Pere Ubu ed una vecchia e scolorita immagine di un marinaio degli U-Boot della Prima Guerra Mondiale. Al duo si aggiunge una ragazza poco più che sedicenne in soggiorno a Seattle, Robin Buchanan soprannominata “the bass howitzer” per il suo modo di suonare al massimo del volume. Al trio manca un cantante o presunto tale: Price e Ryan notano John Bigley -un imponente e carismatico ragazzotto dalle arie punk- ad una festa, mentre sfonda una finestra cadendo in giardino, probabilmente ubriaco. È proprio il front-man ideale per gli U-Men! Tuttavia, è solo durante ad un concerto di Johnny Thunders al Mountaineers Ballroom, che Robbie Buchanan lo avvicina e lo convince ad entrare ufficialmente nella band. Dall’approccio caotico verso il do-it-yourself disorganizzato, gli U-Men s’impongono da subito per l’imprevedibile furore delle loro esibizioni selvagge, con Bigley che incapace di cantare, passa dal gracchiare all’ululare testi sconnessi e dalla spiccata ironia. Il paludoso sound s’ispirava ad un garage-punk isterico e sgraziato, con movenze arty ed un’estetica che spaziava nel folto marasma del post-punk. Dopo pochi concerti Robin Buchanan se ne torna in Alaska e viene sostituita dal più esperto Jim Tillman; da qui in poi gli U-Men cambiano marcia e si distinguono dalle altre band anche per le forti contaminazioni rockabilly della ritmica (con Tillman e Ryan che dialogano alla perfezione) e per le stilettate garage della Fender Mustang di Price. Nel frattempo, gli U-Men sono entrati nell’orbita di Larry Reid, giovane e rampante gallerista di Seattle, che si propone come manager, offrendogli la possibilità di esibirsi stabilmente al Graven Image, che dal 1982 diventa la “casa” della band e fecondo luogo di aggregazione, ove musica ed arte trovavano la loro procace fusione.

Con questa formazione registrano i loro migliori lavori per entusiasmo ed irruenza. The U-Men Ep viene prodotto da John Nelson (che bazzicava nel folk e aveva registrato l’esordio dei Walkabouts) ai Crow Studios di Seattle per la Bomb Shelter di Russ Battaglia e del giovanissimo Bruce Pavitt. Quattro tracce ove affiorano le strambe influenze verso Pere Ubu, Butthole Surfers (con cui stringeranno proficua amicizia) e Scratch Acid: se Blight evidenzia le ibride influenze rockabilly, la ruggente Shoot’Em Down (nella quale Price e Tillman si scambiano gli strumenti) è un delirio convulso tra punk ed uno swing gotico di incestuosa intensità, mentre l’abrasiva Gila piacerà così tanto a Pavitt, da finire sulla compilation Sub Pop 100 (1986).
Il successivo EP Stop Spinning del 1985 attira le attenzioni della Homestead di Gerald Cosloy ed affina le sonorità della band che, prendendo confidenza con il lavoro di studio, realizzano il loro miglior disco per intensità e coerenza, trovando una dissennata amalgama tra le influenze arty e le istanze punk al proprio interno: in Clubs sembra di sentire dei Gun Club sotto MDMA, mentre suonano persino sinistramente affascinanti in The Fumes o in A Year and A Day, con lo sciamanesimo di Bigley che si fa espressione della band stessa.
Nel biennio ‘84-‘85 sono probabilmente la migliore band di Seattle, grazie al supporto di Larry Reid e del circo della Graven Image, rendendosi protagonisti di concerti memorabili e fuori dagli schemi, forgiando emozioni contrastanti tra i giovani e futuri membri di Green River (in via di formazione) e dei Soundgarden (all’epoca ancora Shemps). Si fanno conoscere anche fuori dallo stato di Washington grazie al No God tour del 1984, toccando la California e Los Angeles a bordo di uno scuola bus rosa (uno scassato Chevrolet 1960 senza freno d’emergenza) e dove stringono amicizia con la band cow-punk dei Ted & the Horseheads. Nell’estate del 1985 giungono fino ad Austin (Texas) dove sono ospiti dei Butthole Surfers -che ricambiarono l’ospitata del Natale ’84 al Graven Image- al Woodshock Festival ed immortalato nel corto di Richard Linklater and Lee Daniel (https://www.youtube.com/watch?v=OtDAkX5E8Pg). Tra scarsa organizzazione e fondi limitatissimi, i tour degli U-Men si trasformano letteralmente in esperienze di vita: ad Austin la band vi trascorrerà almeno un mese, sopravvivendo solo con birra e dormendo sul tetto del bus, racimolando appena i soldi sufficienti per pagarsi il carburante per tornare a casa. In Texas conoscono anche gli Scratch Acid ed in Oklahoma gli Agent Orange. Di ritorno a Seattle, onorano il weekend Labour Day esibendosi al Bumbershoot Festival con la performance “incendiaria” con la quale saranno per sempre ricordati. Costruito da un piccolo fossato d’acqua che lo circondava, il palco del Mural Amphitheater, si prestava benissimo ad un “innocente” diversivo che gli U-Men avevano provato nella vasca bagno del manager Larry Reid. Gettando una piccola quantità di liquido infiammabile nel fossato, la band pensava di creare l’effetto sorpresa con delle fiamme controllabili durante il concerto. Ma forse esagerando con il reagente, John Bigley si trovò ad innescare un incendio vero e proprio che quasi s’impossessò del palco ed il cui fumo fece scappare i presenti, tra cui famiglie con bambini. Il simpatico siparietto costò caro agli U-Men che ovviamente vennero banditi dal festival.

Nel tour successivo dell’autunno dello stesso anno, il Doomed Faggots tour, gli U-Men vanno alla conquista della costa est: a New York aprono per Nick Cave & the Bad Seeds e nella strada del ritorno si rendono protagonisti di momenti folli e memorabili tra LSD, birra ed armi da fuoco. Al loro apice di fama e perversione, gli U-Men, ormai ritenuti dei veterani, partecipano alla compilation Deep Six, che battezza con Melvins, Green River, Soundgarden, Skin Yard e Malfunkshun una scena musicale cittadina, segnando probabilmente un passaggio del testimone rispetto alla generazione precedente.
E se in quel momento sono al loro massimo, la discesa sarà rapida e rovinosa. Larry Reid lascia ad una giovane ed arrembante Susan Silver la libertina gestione della band, che nel frattempo perde anche Jim Tillman, logorato dai bagordi degli ultimi tour. Con John Bigley al basso ed il fedele John Nelson alla consolle, registrano in una session non prevista al Cow Studio il singolo Solid Action / Dig it a Hole: una sorta di testamento musicale da lasciare ai posteri.
Mentre le scalpitanti band della scena di Seattle stavano registrando i loro debutti e nuove etichette indipendenti nascevano dall’entusiasmo che ruotava attorno alle serate al Metropolis o al Vogue; gli U-Men come ultimo colpo di coda davano alle stampe -quasi fuori tempo massimo- il loro primo e funambolico full lenght dopo quasi quattro anni di onorata carriera. Dopo il breve interregno al basso di Tom Hazelmyer (degli Halo of Flies e fondatore Amphetamine Reptile con cui uscirà il singolo Freezerbomb) è il giovane e frizzante Tony Ransom l’ultima nuova entrata nella band, portando con sé entusiasmo e nuova linfa alla sezione ritmica.
Nonostante questo, Step on a Bug (su Black Label Records) perde parte della frenesia (e la fantasia) che aveva contraddistinto gli esordi, in favore di un compatto garage-punk teatrale dal suono putrido e fangoso. In assenza di qualsiasi influenza metal, Step on a Bug suona in maniera differente rispetto agli esordi di Green River e Soundgarden (anche per tale ragione è improprio definire gli U-Men proto-grunge), le nove tracce del disco appaiono forse più compassate, ma le aritmie canore di Bigley e la frenesia alla chitarra di Tom Price rendono potente quello che sarà il loro canto del cigno. Flea Circus, 2X4, Willie Dong Hurts Dogs i momenti più intensi, per un lavoro che non cala mai d’intensità sebbene le variazioni al tema talvolta siano minime.
Step on a Bug non riesce tuttavia a risollevare le sorti di una band che oramai aveva dato tutto nel biennio precedente e che poco si riconosceva nell’evoluzione della scena musicale e nelle nuove leve che la stavano monopolizzando. Gli U-Men sono stati i Re di Seattle, e giunti a ridosso nei Nineties semplicemente imploderanno senza clamore e senza rumore, i loro membri peregrineranno in varie formazioni, alimenteranno -a modo loro- l’humus della scena locale, ma avranno ruoli defilati o marginali. Tom Price sicuramente il più attivo, sarà chitarra dei Gas Huffer (una sorta di Mudhoney dalla spiccata vena garage) e troverà i suoi epigoni -Mark Arm e soprattutto Steve Turner- nella superband Monkeywrench (Clean as a Broke-Dick Dog piccolo capolavoro di blues che si scontra con il garage). Jim Tillman per poco non entrerà nei Soundgarden dopo il licenziamento di Jason Everman, ma alla fine suonerà con i Love Battery su Dayglo (1992); mentre per Charlie Ryan ci sarà solo una breve parentesi con i Cat Butt prima di sciogliersi.
Nel 2017 la Sub Pop onorerà la memoria e l’influenza degli U-Men ristampando tutta la loro discografia (più 5 inediti) in un unico volume intitolato semplicemente The U-Men, ove si raccontano -in una sorta di storia orale- le gesta dei pionieri del Seattle Sound.
Charles Poisonheart
Charles Poisonheart (nella vita reale Alessandro Cancian) avido ascoltatore di musica indipendente, scrive dal 2009 sul blog Heart of Glass Recensioni Musicali e dal 2019 su In-Retrospettiva.
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