Uscito vivo per un soffio dall’inferno degli anni Novanta, Mark Lanegan affronta il nuovo millennio senza una band (gli Screaming Trees), senza un soldo e senza fissa dimora. La tossicodipendenza ha logorato non solo il fisico e la mente del cantante di Ellensburg, lasciando per strada un mucchio di rimpianti, di dolori e di fantasmi incancellabili, che dopo l’aprile 2002 con la morte del “fratellino” Layne Staley, diventano insopportabili. Aiutato da qualche amico musicista (Duff McKagan e Josh Homme), Lanegan tenta di ripulirsi dal degrado interiore, entrando temporaneamente nei Queen of the Stone Age (godendo del successo mainstream di Songs for the Deaf) riuscendo a non naufragare. Dopo due anni, ottiene anche il plauso della nicchia alternative con Bubblegum (2004) ed un mucchio di ospiti -certificato dall’ottima Hit the City cantata con la Polly Jean del Dorset-: Mark Lanegan sembra addirittura un uomo riabilitato, dopo i tormentati trascorsi con l’eroina. Ma non è proprio così: lunga ed in salita è la strada verso la redenzione. E parte di codesta redenzione passa attraverso una delle collaborazioni sulla carta più improbabili: quella con Isobel Campbell. La bionda violoncellista scozzese -fresca dimissionaria dai Belle and Sebastian- è in cerca di conferme: le trova nel proprio esordio solista, Amorino (2003), un delicato lavoro osannato dalla critica ben più di Dear Catastrophe Waitress degli ex compagni di gruppo uscito nello stesso anno. Merito forse delle ariose ballate folk cantate con un sospiro di voce leggiadro, un exploit che sotto la coltre angelica cela un carattere burrascoso ed altrettanto irrequieto.
La collaborazione con Lanegan pare proprio giocare sulle loro affinità/divergenze. E se appaiono palesi ed estreme le diversità – dalla contrapposizione del cantato, ai precedenti musicali-, le analogie risultano più sottili eppure assolutamente decisive per la riuscita del progetto. Il binomio funziona: per Isobel Campbell è l’occasione per misurarsi con un artista dall’eredità musicale pesante; per Lanegan -appena uscito dalla rehab- rappresenta un percorso per il graduale ritorno alla normalità.
Sotto queste plumbee lune nasce e cresce Ballad of the Broken Seas (2006) primo capitolo di una trilogia che all’epoca non era nemmeno prevedibile. Un disco iniziato a distanza, con la Campbell che scrive e registra parte dell’album in Scozia (agli Ca Va Studios di Glasgow) e con l’ex front-man degli Screaming Trees che completa le sue parti vocali in California; eppure i due si cercano, si annusano, si scambiano opinioni. Lanegan tenta di scrivere qualche musica per i testi della Campbell, che alla fine si commuove quando al telefono lui le canta la sua versione cavernosa di Why Does My Head Hurt So? tratta da Amorino. Finito di registrare agli The Hobby Shop di Los Angeles, Ballad of the Broken Seas è un disco che narra di solitudine e di redenzione (non potrebbe essere altrimenti!), che prende la sabbia del Palm Desert e te la soffia negli occhi con calore folk, attraverso canzoni che contengono luce ed oscurità allo stesso tempo. Un lato A tagliente con Deus Ibi Est sugli scudi che presenta senza tanti compromessi l’alternarsi della voce roca di Lanegan e quella soave nel controcanto della Campbell, in uno schema reiterato nei momenti migliori del disco. Revolver (unica traccia scritta da Lanegan) e la bella rivisitazione di Ramblin’ Man di Hank Williams sono le punte gradevoli di Ballad of the Broken Seas, che non demorde neanche nella nevrotica Black Mountain, interpretata unicamente dalla Campbell. Il lato B scivola via senza troppo mordente, acerbo e scialbo in alcuni arrangiamenti fin troppo scontati e prevedibili, pagando probabilmente lo scotto di un’amalgama tra anime cantautorali così diverse, difficile da mantenere a lungo in un equilibrio stabile. Ciò non proibisce al disco di ricevere una nomination ai Mercury Prize dello stesso anno: un’importante iniezione di fiducia per un esordio che prende via via prende consapevolezza dei propri (incredibili) mezzi.
L’entusiasmo del primo incontro porta diritto al secondo appuntamento: dopo due anni Sunday at the Devil Dirt (2008) prosegue sulla via tracciata dal predecessore, ma ne affina la chimica, sia nell’interpretazione dei singoli che negli arrangiamenti. I testi sono ancora una volta scritti da Isobel Campbell (coadiuvata dall’amico Jim McCulloch) ma quasi tutti introdotti da Mark Lanegan, vero mattatore della prima facciata del disco, grazie all’intensità di brani come The Raven, Seafaring Song ed al duetto di Come on Over (Turn me on). Tuttavia, è nella seconda facciata di Sunday at the Devil Dirt che Campbell-Lanegan osano maggiormente, uscendo dallo schema del baritono rauco vs soffice controcanto. E’ la biondina scozzese a sorprendere quando si immola impavida nel viscido blues di Shotgun Blues che sembrava invece cucito su misura a Lanegan. The Flame that Burn, Trouble e Something to Believe mostrano la coppia al loro massimo espressivo cantando all’unisono nonostante le distanze timbriche, rette da arrangiamenti blueseggianti intrisi di un pathos sinistro e sporco, confermando come le dinamiche di Sunday at the Devil Dirt siano più sciolte e libere di esprimersi, superando la caraterizzazione dei singoli protagonisti.
Abituati ad un disco ogni due anni, Hawk esce puntuale nell’estate del 2010. E’ un ulteriore passo verso una maturità oramai raggiunta per la coppia artistica più improbabile del microcosmo indipendente. Lecito aspettarsi il capolavoro del duo Campbell-Lanegan, con quest’ultimo che sembra finalmente libero dai fantasmi e dagli scheletri del passato; eppure nonostante l’eccelsa qualità dei brani ed un invidiabile alchimia nei duetti, aleggia un velato senso di appagamento, un astuto sfoggio di mestiere. Minimale nell’impostazione e negli arrangiamenti rispetto ai due precedenti lavori, Hawk non potendo più contare sul fattore sorpresa, indugia sull’enfasi, sulla raffinatezza di un country-folk sinuoso ed ammaliante. Non è un caso che venga riesumata la memoria del formidabile Townes Van Zandt, nelle reinterpretazioni emozionanti di Snake Song e No Place to Fall. Una nuova sicurezza avvolge Isobel Campbell, che in alcuni momenti sembra duellare alla pari con Lanegan in intensità e personalità: ne certifica la riuscita l’ottima You Won’t Let Me Down Again, unico singolo estratto dall’album. Disseminato di intelligenti perle (Sunrise, la title-track stessa e Lately), Hawk perde forse in spontaneità e freschezza per guadagnarne in intimità: una mossa corretta ed intelligente a questo punto della collaborazione, certificato da Come Undone (perfetta antitesi di Come On Over del disco precedente), apice assoluto del binomio Campbell-Lanegan ormai avviato al fisiologico tramonto.
Redivivo e riabilitato, Mark Lanegan riprenderà in mano la propria carriera solista (parallelamente fino al 2009 aveva anche collaborato con i Soulsavers e registrato con Gred Dulli il potente Saturnalia) piazzando quel Blues Funeral (2012) che rappresenterà la sua definitiva rinascita artistica. Tra blues elettrificato e ballate oscure, Lanegan nei successivi otto anni sforna almeno sei dischi a suo nome (o a nome Mark Lanegan Band) ed una miriade di collaborazioni (tra cui quelle eccellenti con Duke Garwood). Al contrario Isobel Campbell si ritira progressivamente dalle scene, ritornando solo nel 2020 con l’album solista There Is No Other, ma senza lasciar traccia se non per i fans più fedeli.
Di quella collaborazione così stramba ed improbabile rimangono tre ottimi dischi di qualità crescente, forse non imprescindibili, ma sicuramente importanti per l’autostima di Isobel Campbell e per la riabilitazione di Mark Lanegan, capaci di creare quel solco, quell’increspatura imprevista, un brevissimo hype nell’irriducibile mondo alternativo ed indipendente in cerca di nuovi eroi, un microcosmo che probabilmente non era ancora pronto a somatizzare la fine o la decadenza dei loro rispettivi gruppi.
Charles Poisonheart
Charles Poisonheart (nella vita reale Alessandro Cancian) avido ascoltatore di musica indipendente, scrive dal 2009 sul blog Heart of Glass Recensioni Musicali e dal 2019 su In-Retrospettiva.
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