Mudhoney: superstiti di una Seattle che non c’è più

Sopravvissuti al grunge, i Mudhoney nel 2018 festeggiavano i trent’anni di carriera con Digital Garbage, mantenendosi sempre su buonissimi livelli pur non cambiando mai la ricetta del loro sound. Quel garage fangoso, quasi in putrefazione, dalle venature bluesy e dall’irriverenza punk è resistito prima alle indigenze economiche della Sub Pop, poi all’ingorda ondata delle major alla disperata ricerca di nuovi Nirvana, ed infine a quel naturale appagamento che sovviene quando il vento in poppa (e la fame) smettono di battere. I Mudhoney non solo hanno resistito a tutto questo -con l’unico danno collaterale di averci rimesso un ottimo bassista rispetto alla formazione originale- hanno preservato e mantenuto granitica la loro etica indipendente, mai messa in discussione, nemmeno nel sofferto (ed infruttuoso) passaggio alla Reprise. Sono stati arbitri (inconsapevoli) della diatriba (buona solo per i media) tra i Nirvana ed i Pearl Jam, andando in tour con entrambi nel 1993 ed annotando nei loro diari sensazioni contrastanti. Se con i primi l’affinità elettiva era di ideali -sai, il punk e tutte quelle cose lì- e di militanza in Sub Pop, l’ambiente tossico ed arrivista in cui i Nirvana nuotavano loro malgrado, si riversò sui malcapitati Mudhoney, che vennero trattati con grande disprezzo e superficialità. Al contrario nelle date con i Pearl Jam, le perplessità iniziali di Mark Arm e Steve Turner vennero dipanate da un’atmosfera molto gioviale e condiscendente, proprio da quella band che nelle azioni e negli intenti (sin dall’epoca della comune e divisiva esperienza dei Green River) doveva essere l’antagonista designata.
E se oggi, appaiono superate le scorribande fuzzose di chitarra o l’incedere possente delle percussioni, non è affatto in discussione l’aura di culto che i Mudhoney si sono portati sempre appresso, rendendo perlomeno ingenerosa quella “nota a piè di pagina nella storia della musica” a cui Steve Turner fa ironicamente cenno quando confronta la propria carriera a quella degli altri mostri sacri (e non più terreni) della stagione grunge.

Se i Green River sono stati incrocio delle due diverse anime (contrarie ed opposte) del Seattle Sound, il tutto probabilmente lo si deve ad una cassettina con Whitesnake ed Aerosmith, che saltò fuori nel mini tour in California dell’autunno 1987 e di cui s’invaghirono Stone Gossard e Jeff Ament.  Per Mark Arm fu davvero troppo, la spaccatura (soprattutto di prospettive) con gli altri diventò insanabile, sancita poco prima di Halloween, dopo un concerto da spettatori del nuovo fenomeno losangelino, i Jane’s Addiction, con ovviamente opposte reazioni. Gaudio in Sub Pop, che apriva i battenti il primo aprile del 1988 (il contratto d’affitto diceva così), ritrovarsi a pubblicare il primo disco di una band che non esisteva più. I Green River si sciolgono ufficialmente a poche settimane dalle session di Rehab Doll (che uscirà comunque nel giugno ’88), ma dalle sue ceneri nasceranno due realtà fondamentali (Mudhoney vs Pearl Jam, passando prima per la breve primavera dei Mother Love Bone) per la scena di Seattle, sia per indole, etica e per ineluttabile destino.

Rinascita post-Green River

Mark Arm ritrova il sodale Steve Turner (che aveva capito l’antifona nei Green River tre anni prima, lasciando dopo l’ep Come on Down) e recupera ad Aberdeen Matt Lukin, abbandonato dai Melvins poco dopo le registrazioni di Gluey Porch Treatments. Dan Peters è il batterista più corteggiato di Seattle, potente, dinamico, dallo spunto sempre pulito; difficile convincerlo, in fondo il neonato progetto Mudhoney non sembra avere basi solide per il futuro. Steve Turner è sempre combattuto se proseguire gli studi di antropologia o suonare in una band garage-punk, Mark Arm nonostante la grande personalità, ha tutto fuorché l’ugola del cantante, Matt Lukin è stato sostituito nei Melvins dalla figlia di Shirley Temple (Lori Black, che in quel periodo stava con Buzz Osbourne): insomma, sulla carta, non una band di prime scelte. Invece, incredibilmente Peters accetta senza battere ciglio, sotto l’effetto della metanfetamina, che circolava generosamente ai concerti e alle feste di Seattle, alimentando quel senso di unione e comunione comunque insito nello spirito di quella generazione di musicisti.

Nei successivi due anni i Mudhoney crescono assieme alla Sub Pop, diventandone ben presto la band cardine. Nella primavera del 1988 Pavitt e Poneman mandano i ragazzi a registrare da Jack Endino ai Reciprocal Recordings il 45 giri più importante di tutta la scena grunge: Touch me I’m Sick / Sweet Young Thing ain’t Sweet no More. La prima tiratura limitata ad 800 copie in vinile marrone cacca (esaurendo un desiderio scatologico di Bruce Pavitt) va esaurita in poco tempo, seguiranno le altre sempre su vinile colorato, per la gola dei collezionisti e per la sopravvivenza della Sub Pop. Il punk garage di Touch me I’m Sick è la polaroid malata di una generazione che ironicamente guarda in faccia un presente ammazzato tra lo spettro dell’Aids, l’iniquità della disoccupazione, ed uno fottuto decennio di presidenza repubblicana: l’autostima saluta e va, sommersa da litri e litri di fuzz e da una sagacia che nulla ha da invidiare alle Blank Generation o ai Born to Loose urlati a squarciagola dai palchi del C.B.G.B.’s o del Max’s di newyorkese memoria. A dire il vero, il primo inno grunge doveva giacere nel lato B, quella lenta ed intestina Sweet Young Thing ain’t Sweet no More, che riprendeva le movenze dei Melvins: la tazza del cesso in copertina (o nella label della prima tiratura in vinile) è la stessa cantata nel brano – Mama found her draped over the toilet bowl– quando le amorevoli cure materne si genuflettono nel tappeto del bagno, in un quadretto famigliare borghese sgualcito e di sottile ironia.

Superfuzz Bigmuff e la conquista di Seattle

Dato al Seattle Sound di Sub Pop il proprio inno, i Mudhoney partono in tour dopo aver registrato sempre con Endino l’ep Superfuzz Bigmuff. Stavolta, oltre a Charles Peterson per le foto blurry dei concerti, viene lautamente pagato anche il fotografo Michael Lavine (compagno di studi di Pavitt ai tempi dell’Evergreen di Olympia) che si scomoda da New York per immortalare i Mudhoney a petto nudo mentre ingurgitano birra Rainer: la grande ironia del machismo del Nord Ovest. Mentre Superfuzz Bigmuff tocca le 5.000 copie vendute in UK (grazie alla distribuzione nel vecchio continente della tedesca Glitterhouse), i Mudhoney si esibiscono al Berlin Independence Days Music Festival, incitando gli sparuti giovani tedeschi a tirarsi giù i pantaloni poco prima di attaccare con Need: così, inconsciamente, Mark Arm e soci piantarono il seme grunge, un anno dopo gli europei se lo ricorderanno. Tornati negli States, Mark Arm ritrova per la Grande Mela i Sonic Youth conosciuti ai tempi del primo sciagurato soggiorno newyorkese con i Green River. Thurston Moore decide di portarseli appresso per un paio di concerti folgorati dallo loro carica adrenalinica on stage. La fugace passione “sonica” frutta nel dicembre 1988 uno split ove i Sonic Youth coverizzano ovviamente Touch me I’m Sick, mentre i Mudhoney fanno le fusa ad Halloween, brano dalle feline movenze no-sense, chiudendo l’anno col botto.

Le ottime impressioni di Superfuzz Bigmuff (trainato da una In ‘N’ Out of Grace con tanto di monologo generazionale di Peter Fonda ripreso da The Wild Angerls del 1966), si confermano nella tarda primavera 1989, quando la band rimarca il motivo del Mud e dell’Honey: la band impiastricciata di fango vaga come selvaggi zotici per le strade di Seattle, forse scimmiottando le amazzoni Slit di Cut: il singolo Burn it Clean / You Got It è servito. Avendo ben studiato la storia delle label indipendenti, Pavitt e Poneman sapevano che per puntare i fari su una scena locale, occorreva coinvolgere la stampa, meglio se quella oltreoceano: contattano un giornalista neoassunto al Melody Maker, lo mettono su un aereo e lo ospitano nella Città di Smeraldo per scrivere un articolo sul Sound of Seattle. Quel giornalista è Everett True, che nel suo articolo Mark Arm diventa un menestrello sottosviluppato sotto MDMA, Tad Doyle dei TAD un macellaio grande e grosso con la sua motosega e Kurt Cobain l’homeless che vive sotto un ponte. Un rock sporco e licenzioso suonato dalla working class americana bianca in un angolo sperduto del Nord Ovest: gli inglesi (compreso John Peel che gli vorrà ospiti nelle sue sessions) ne rimangono folgorati! La Sub Pop ha conquistato il mondo!
L’eco della stampa inglese risuona anche in madrepatria che inizia ad interessarsi (solo il Rocket con caporedattore Charles Cross, se ne era occupato in precedenza) al rock di Seattle e alla Sub Pop. Il terreno è fertile per organizzare il primo e grandioso evento della scena locale: nel giugno ‘89 il glorioso Moore Theater è riservato per una serata con in cartellone il meglio del rooster Sub Pop. Nirvana, Tad e Mudhoney, quest’ultimi headliner di una serata folle e storica per il grunge non ancora mainstream. I 4.000 posti del Moore Theater sono sold-out per il LameFest: la storia è scritta.

Mudhoney
Mudhoney, Tad e Nirvana in cartellone al Moore Theater per il LameFest

Come stakanovisti, nel luglio dell’89 i Mudhoney ritornano ai Reciprocal e registrano sempre con Endino quello che dovrebbe essere l’album della consacrazione definitiva, anche oltre la chioccia Sub Pop: nonostante una fighissima copertina apribile da davanti nella primissima tiratura, al disco omonimo manca una Touch me I’m Sick. Composto da tutti inediti (se si fa eccezione per You Got It registrata su un 16 piste, più fiacca rispetto all’uscita su 45 giri), l’album ripropone la stessa formula di garage rock, punk ed ironia; ma l’assenza di una hit forte (This Gift apre bene, Here Comes Sickness è potente ed abrasiva, ma entrambe non hanno la grana dei primi singoli) non fa deflagrare quella rivoluzione underground (e underdog) che ribolle in superficie, mostrando tutti i limiti oggettivi del quartetto. Con il primo lp nei negozi, la band intraprende un mini-tour in Europa, tra Germania, Svizzera ed Italia, per finire all’Astoria di Londra per quello dovrà essere la versione europea del LameFest. Nella carovana europea, i Nirvana prima rischiano lo scioglimento (una crisi di nervi di Cobain dopo un concerto romano), poi infiammano l’Astoria, minando alle fondamenta la leadership dei Mudhoney all’interno della Sub Pop.

“I Mudhoney dall’88 all’89 furono la forza motrice della scena di Seattle”

Bruce Pavitt

In verità sono altre le nubi che inchiodano la band: la prematura scomparsa di Andy Wood nel marzo 1990 getta le prime ombre sul dramma della tossicodipendenza tra i giovani di Seattle. L’eroina circuisce pure Mark Arm, che nei Mudhoney è l’anima sagace e provocatoria. Sarà Steve Turner a prendersi la band sulle spalle e dettare le linee di Every Good Boy Deserves Fudge, un disco in cui la componente garage è più articolata, fruttando ben 60.000 copie vendute ad una Sub Pop al tracollo dopo aver perso Nirvana, e quasi i TAD dopo la controversia legale della copertina di 8-Way Santa. Registrato agli Egg Studios da Conrad Uno, Every Good Boy Deserves Fudge è un lavoro ispirato in uno dei momenti peggiori della band: la droga, i primi screzi con la Sub Pop (quasi insolvente, che nicchiava a pubblicare il disco), la scena di Seattle che cambiava pelle, preconizzando la fine di una stagione irripetibile.   

Gli anni con la Reprise ed il ritorno alla Sub Pop

Il passaggio ad una major è un atto di sopravvivenza più che l’opportunità della vita; la Reprise conscia di avere per le mani la turbolenta band di Touch me I’m Sick, ma dallo scarso potenziale radiofonico, non calca la mano e concede ai Mudhoney un singolare accordo: un anticipo basso, ma royalties più alte per quello che sarà Piece of Cake (1992). Mossa azzardata che non paga, nonostante Suck you Dry (che vale trequarti di Touch me I’m Sick) sia il miglior episodio dai tempi di Superfuzz Bigmuff, l’album non decolla. La partecipazione alla soundtrack del film Singles di Cameron Crowe, ridesta le casse dei Mudhoney, che a fronte di un budget di 20.000 dollari, registrano -sempre con Conrad Uno- Overblown spendendo meno di 200 dollari: i ragazzi di “sistemano”.

Mudhoney
Mudhoney on stage fotografati da Charles Peterson

L’esperienza con la Reprise è un matrimonio senza amore e senza passione, My Brother the Cow (1995), viene registrato quando il grunge è oramai spirato da un colpo di fucile. Alla Warner (che controlla la Reprise) arriva Danny Goldberg, ex manager dei Nirvana e marito di Rosemay Carroll, avvocato di Courtney Love. Non è particolarmente gradito il verso Why don’t you blow your brains out, too? rivolto presumibilmente alla vedova Cobain in Into Yer Shtik; Mark Arm tempo dopo nega (era rivolto “alle persone con l’ego fuori controllo”) ma sa bene che la parentesi su una major è finito. Il sax che fa capolino nella finale 1995 (dal sapore Stooges) o l’ottimo e redivivo Tomorrow Hit Today (1998), non salvano i Mudhoney: l’etichetta scarica senza tanti complimenti la band, che libera da impegni contrattuali si interroga sul futuro.
Deluso, Matt Lukin va a fare il falegname, mentre gli altri tre si prendono una pausa di quattro anni per ritrovare l’entusiasmo di far parte di una rock band sull’orlo di una crisi di nervi. Dall’Australia, Guy Maddison è la medicina giusta, i Mudhoney si ricompongono e probabilmente comprendono la loro natura di guastatori garage-rock. La discografia nei 2.0 è di qualità, quella qualità dettata dall’esperienza e dalla comprensione del proprio ruolo nella storia della musica; le leggere (ma necessarie) variazioni dal tema principale sono sempre posate, senza mai sbugiardare la propria etica. Ritornati in Sub Pop (e dove sennò) si producono Since We’re Become Traslucent (2002) che li vede ancora in fase di rodaggio; nel successivo Under a Billion Suns (2006) il ventaglio delle sonorità si apre con coraggio ai fiati con licenza rock, in un lavoro che risente molto della controversa politica estera degli Stati Uniti. Con The Lucky Ones (2008) si va sul concreto tra fuzz ronzanti e ritmica pressante; I’m Now è piazzato nel momento giusto con quel The past made no sense, the future looks tense, I’m Now è quasi un mantra, la ragione di esistere, un distillato di cosa sono i Mudhoney nel nuovo millennio. Ben distanziati l’uno dall’altro, Vanishing Point (2013) e Digital Garbage (2018) dimostrano il mestiere della band che dopo trent’anni di carriera registrano i due migliori ed ispirati lavori dai tempi dell’incompreso Tomorrow Hit Today su Reprise. Dalle stesse sessions di Digital Garbage, nel settembre 2019 esce Morning in America (sì, come lo slogan della campagna elettorale reaganiana nell’anno orwelliano: la sagacia di Mark Arm non scade mai!) un ep che al primo ascolto ti rapisce per lungimiranza e potenza: i Mudhoney non hanno mai smesso di suonare lo stesso disco, ma dopo trent’anni continuano a farlo bene.

Personalmente mi fece un certo effetto rivedere i Green River al Marymoor Park di Seattle per un concerto che festeggiava i vent’anni di Sub Pop, era il 15 luglio 2008. Lì su quel palco i sopravvissuti di quella scena locale immortalata su una sgangherata compilation (Deep Six) e poi nutrita dalla Sub Pop ed ingurgitata da un manipolo di major: non è un caso se Pearl Jam e Mudhoney sono le uniche band di quella scena ancora in circolazione. Benedetta quella spaccatura nei Green River: anche se lunga e tortuosa fu la strada per Stone Gossard e Jeff Ament alla ricerca del successo musicale (perdendo un giovane Andy Wood, ma trovandone un altro, Eddie Vedder, che li traghetterà fuori dalla tempesta nel periodo di maggiore crisi); mentre commercialmente minore ed avara di dischi d’oro la cavalcata garage di Mark Arm e Steve Turner. Entrambe le fazioni di quella gloriosa band hanno realizzato il loro sogno ed appagato la loro indole.

Charles Poisonheart

Charles Poisonheart (nella vita reale Alessandro Cancian) avido ascoltatore di musica indipendente, scrive dal 2009 sul blog Heart of Glass Recensioni Musicali e dal 2019 su In-Retrospettiva.

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1 commento su “Mudhoney: superstiti di una Seattle che non c’è più”

  1. La bibbia della storia del grunge e i Mudhoney sono i 4 cavalieri dell’apocalisse punk garage del suono di Seattle🎛
    Veri old school di quel frastuono che ha inciso i primi dischi della Sub Pop ma che continua con loro nei loro live e l’ultimo album
    Plastic…. e’ la suprema fedelta’ al loro stile fuzzoniano sempre sporco.

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