Coffin Break: Seattle-Sound tra punk e metal

Tra le band preferite di Kurt Cobain, i Coffin Break non hanno mai avuto la fortuna di assaggiare il successo come i loro più fortunati colleghi; tuttavia, hanno pubblicato tra C/Z Records ed Epitaph album granitici e piacevoli, in bilico tra le opposte vedute musicali dei suoi due testardi autori.

Nella loro vivace ma breve esistenza, i Coffin Break si contraddistinsero per un integerrimo compromesso tra le derive hardcore punk del bassista Rob Skinner e le deviazioni heavy-metal del chitarrista Peter Litwin. Nati nella Seattle dei piccoli club nella primavera del 1987, i Coffin Break cercarono ostinatamente di far collimare le diverse istanze che più di tutte avevano influenzato il sound del Northwest. Da un lato Litwin guardava al cupo sound dei Black Sabbath ben oltre l’accordatura in drop D introdotta da King Buzzo dei Melvins; dall’altro Skinner puntava l’hardcore muscoloso dei Black Flag dopo la svolta epocale di My War: alla fine, quello strano incrocio, portò a riprendere l’eredita che avevano lasciato i Young Fresh Fellows di Scott McCaughey e Chuck Carroll.  

Con il batterista Dave Brooks a completare il terzetto, i Coffin Break, controcorrente rispetto alle band coeve, preferirono immolarsi in un tour di sei settimane per gli States con poco più di un demo su cassetta alle spalle, piuttosto che rinchiudersi in studio e registrare qualcosa di più sostanzioso. Grazie alle sorprendenti capacità organizzative di Skinner ed al suo spirito DIY, il trio (assieme ad un amico roadie) toccò la East Coast fino a New York a bordo di una scassata Dodge Sportsman del ’68, riuscendo a sopravvivere con tre dollari al giorno e a rendere remunerativo l’intero tour.
Ad attenderli a Seattle c’era Jonathan Poneman, impressionato dal sound e dalle loro energiche performance dal vivo, si offrì di organizzare alcune date (tra cui il battesimo in città, al Scoundrel’s Lair, ove avevano suonato anche Soundgarden e Melvins). A questo iniziale interessamento, non seguì un logico approdo in Sub Pop (secondo Litwin, pare che Pavitt rimase piuttosto freddo alla possibilità di far registrare un singolo), i Coffin Break si accasarono quindi alla vicina C/Z Records, che nel frattempo era stata rilevata da Daniel House degli Skin Yard.

Coffin Break
Coffin Break da un volantino promozionale della Epitaph Records: Peter Litwin (a sinistra), Dave Brooks (al centro), Rob Skinner (a destra)

Registrato da Jack Endino ai Reciprocal Recordings (pare in concomitanza con le session di Bleach dei Nirvana), Psychosis del 1989 è un esordio abbastanza acerbo in direzione di un redivivo hardcore annichilito da riff di chitarra heavy e da una ritmica in fibrillazione. Mancando del tutto le influenze classic-rock, i Coffin Break tentarono di destreggiarsi tra le infatuazioni di Litwin e Skinner, con quest’ultimo già proiettato verso un punk bubblegum ancora da rifinire (vedasi la scherzosa Stupid Love Song). Gli alterni umori di questo esordio si infrangono nella fracassona Hopeless, e nella spigolosa The Chosen passando per la furia hardcore di Promise. A distanza di pochi mesi e con minimi aggiustamenti, il power-trio registrerà con le medesime modalità, il credibile seguito dell’esordio: in Rupture (1990) affioreranno con maggior decisione le spinte centripete speed-metal di Litwin (Vision of Never è un bel incidente heavy-punk), che affina il cantato verso i cliché del genere. Tuttavia, la zampata decisiva la piazza Skinner, che con Kill The President (ed una spassosa copertina del singolo raffigurante il vetusto George W. Bush) scrive un piccolo cult per il punk reazionario di inizio anni Novanta. Sempre piuttosto pragmatici nella composizione, i Coffin Break si prendono il lusso di coverizzare anche la torbida Diane, capolavoro primo di Grant Hart anima sensibile degli Hüsker Dü.

Durante il soundcheck, il nostro tecnico del suono ha messo il nuovo disco nell’impianto audio e Brett Gurewitz ha detto: “Chi sono questi?” Gli ho detto che era il nostro nuovo disco e lui ha detto: “Okay, avete firmato!”

Peter Litwin da un intervista per furious.com

Dopo qualche singolo (tra cui spicca Lies / Pray del 1990 per la Sub Pop, su gentile concessione della C/Z) e i buoni riscontri dal vivo, i Coffin Break approdano alla Epitaph Records di Brett Gurewitz (Bad Religion) grazie al passaparola messo in giro da Fat Mike (NOFX) e Jennifer Finch (L7). Piccolo baluardo del punk californiano, la Epitaph stava seminando bene, accogliendo sin dal 1991 nel proprio roster le giovani ed agguerrite band che esploderanno definitivamente a metà dei Nineties, come appunto NOFX, Rancid e gli Offspring di Smash (1994). Con la possibilità di andare in tour di spalla ai Bad Religion, i Coffin Break girarono nuovamente per gli States e successivamente anche l’Europa, promuovendo quello che probabilmente è il loro lavoro più a fuoco e con la migliore scrittura di tutta la loro carriera.
Crawl esce nel 1991 e sublima con un discreto equilibrio le sempre più crescenti divergenze artistiche che Skinner e Litwin stavano non troppo segretamente coltivando. Se da un lato la composizione ed il cantato migliorano sensibilmente, dall’altro il disco è un continuo saliscendi tra emulazioni heavy-metal (la possente title-track, la scontata Stop e la tenace Rewind) e ribelli resistenze hardcore su cui spicca Wiser, perfetta anticipazione del frizzante pop-punk che spopolerà nella seconda metà degli anni Novanta. Godibilissima anche For Beth, scritta da Skinner e “dedicata” alla ragazza del batterista Dave Brooks, mentre American Dream o Registered sono quanto di meglio si possa attendere dalla convivenza tra punk e metal. Se Mind Waltz rammenta a tutti che la lezione degli ultimi Hüsker Dü (quelli di Warehouse: Songs and Stories) era ancora validissima, l’anima acustica di Pray è probabilmente il punto più emozionante dell’intera produzione dei Coffin Break, nonostante gli oscuri intercalare elettrici.

Coffin Break
Coffin Break con il nuovo chitarrista Jeff Lorien (l’ultimo a destra)

Con l’entrata di Jeff Lorien come seconda chitarra, il sound della band acquisirà maggior profondità, scivolando verso un più dinamico punk-metal con squisiti momenti pop certificato da Thirteen del 1992, quarto ed ultimo album dei Coffin Break. Se Our World Now è l’ultima ispirata cavalcata tra riff vertiginosi e ritmica forsennata, Wasted Time e Old n’ Jaded chiedono un ultimo sforzo fantasioso al punk degli esordi, mentre la finale Hole in the Sky dei Black Sabbath è la conclusione degna della tribolata parabola artistica della band. A quel punto le divergenze tra Skinner e Litwin si faranno così insanabili da sciogliere la band alla fine del 1993, dopo l’ennesimo tour degli Stati Uniti, quando oramai il grunge si era consolidato nelle classifiche mainstream. I rispettivi membri si eclisseranno dalla scena che conta: oltre al progetto parodia Daddy Hate Box (in onore ai Mother Love Bone), Litwin continuerà nei trascurabili Softy assieme a Scott McCullum dei Gruntruck; mentre Skinner ritornerà in C/Z Records pubblicando due dischi con i Pop Sickle.
I Coffin Break si riuniranno brevemente nell’agosto 2007 per il festival Geezerfest al The Crocodile di Seattle, in compagnia dei vecchi amici quali Love Battery, Blood Circus e Cat Butt, a testimonianza di come fosse florida e tenace la scena musicale della Seattle della fine degli anni Ottanta, di cui anche i Coffin Break avevano fatto parte.

Discografia:

  • 1989 – Psychosis (C/Z Records)
  • 1990 – Rupture (C/Z Records)
  • 1991 – Crawl (Epitaph Records)
  • 1992 – Thirteen (Epitaph Records)
Charles Poisonheart

Charles Poisonheart (nella vita reale Alessandro Cancian) avido ascoltatore di musica indipendente, scrive dal 2009 sul blog Heart of Glass Recensioni Musicali e dal 2019 su In-Retrospettiva.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto