Live Report: Mudhoney al Capitol (Pordenone) 14/09/2024

Tra gli immortali del Seattle-Sound degli anni Novanta, i Mudhoney tornano in Italia per quattro date a supporto della loro ultima fatica discografica, Plastic Eternity uscito nella primavera del 2023. Appuntamento obbligatorio per i nostalgici del grunge e per chi ha fatto del garage-rock una scelta (musicale) di vita.

Con alle spalle una carriera ultratrentennale, iniziata dal fragoroso boato di Touch Me, I’m Sick pubblicato il primo agosto del 1988 per la Sub Pop Records, il ritorno in Europa dei Mudhoney è stato salutato con grande entusiasmo nei club che hanno ospitato i loro adrenalinici concerti. Iniziato il 30 agosto in Germania, il tour europeo in supporto a Plastic Eternity conta più di trenta date tra continente e UK, con tappe a Parigi, Madrid e Barcellona, prima del consueto approdo in Italia (mancavano dal 2018).               
I Mudhoney sono sbarcati nel nostro paese ad inizio settembre con una quattro giorni di intensi spettacoli, incominciata l’11 settembre al Largo Venue di Roma, seguito dalle date al Viper di Firenze e al Santeria di Milano. Infine, sabato 14 settembre al Capitol di Pordenone andava in scena l’ultima tappa del soggiorno italiano, prima di vederli approdare in Croazia, Serbia e Repubblica Ceca.

In una fresca serata dal sapore decisamente autunnale per il periodo, sarà il rumoroso garage-noise dei giovanissimi SØWT a scaldare gli animi in un Capitol pieno zeppo di nostalgici seguaci del grunge con la barba lunga e grigia, ma anche di qualche entusiasta avventore dedito al garage/punk. Vengo colpito subito favorevolmente dal quartetto olandese per grinta ed autorevolezza, il loro set è tiratissimo ed urlato, con il biondo chitarrista immerso in un groviglio di fuzz/distorsioni e l’occhialuto batterista (che sfoggia l’iconica casacca del PSV Eindhoven) a battere sui tamburi con veemenza ed insospettabile intensità. Le premesse sono ottime ed il pubblico sembra apprezzare l’aspro rock dei SØWT, vista anche la calca al banchetto per assicurarsi il loro ultimo EP intitolato Things That Rhyme With Pain.

Mudhoney Capitol Pordenone
Mudhoney live at Capitol Pordenone (photo by Charles Poisonheart)

Il tempo di sorseggiare con calma una fresca birra, che i pimpanti Mudhoney salgono sorridenti sul palco attaccando subito con un pezzo come If I Think, tratto dall’imprescindibile Superfuzz Bigmuff. Come da consuetudine ai loro concerti (per il sottoscritto è almeno la terza o quarta volta negli ultimi quindici anni), mi posiziono a ridosso delle sbarre dalla parte del bassista Guy Maddison, gioioso ed empatico, sempre con un occhio di riguardo verso il pubblico delle prime file. L’onda d’urto delle distorsioni è subito notevole, specie nella prima parte dello show, con Mark Arm che imbraccia la sua chitarra inspessendo il garage fuzzoso di Steve Turner, mentre il rombo della batteria di Dan Peters è qualcosa di sublime ed estremamente poetico nella sua prorompente foga. I timpani fischiano, le chitarre pure!
Il quartetto è carico ed affiatato, sparano una dopo l’altra canzoni dall’ultimo disco (una intensa Move Under) ai grandi classici degli anni Novanta (Get Into Yours, una portentosa This Gift e la tenace Judgement, Rage, Retribution and Thyme), fino a scatenare un pogo divertente nelle prime file quando attaccano Sweet Young Thing (Ain’t Sweet No More) ed ovviamente Touch Me I’m Sick. Mentre sotto palco c’è il delirio, lassù, nel vederli muoversi con così tanta armonia, non posso che osservare come Peters, Arm e Turner si conoscano e suonino insieme da più trent’anni, che il loro lungo sodalizio è soprattutto una storia di amicizia e passione per la musica, che l’arrivo di Guy Maddison dal 2001 ha ridato vivacità all’intero gruppo.

A questo punto del concerto, i timpani implorano una pausa, abbandono momentaneamente la mia postazione defilata, per spostarmi qualche metro indietro in posizione più centrale, godendomi a pieno quella che Mark Arm introduce come una “love song”, ossia la spassosissima Little Dogs estrapolata da Plastic Eternity e corredata da un bellissimo videoclip pieno di cagnolini. Una perfetta camera di decompressione dopo aver fatto tremare i muri con i classici del Seattle-Sound. A qualche metro da me, osservo il ballo scherzoso di due giovani ragazze che forse avranno scoperto di Mudhoney da poco, appena più in là un gruppetto di barbuti irriducibili con la birra in mano (somigliano tutti ad una versione italiana di Dough Martsch) annuiscono al frastuono dei brani del nuovo album. Infatti, c’è posto per le ottime performance di Souvenir of My Trip (uno dei brani più riusciti di Plastic Eternity) e di Tom Herman’s Hermits, il brano dedicato al chitarrista dei Pere Ubu, di cui Maddison sfoggia una bellissima t-shirt nera con l’immagine di The Modern Dance.
Quando Mark Arm poggia la sua chitarra dedicandosi solo al canto, esce tutta la sua verve da sarcastico performer: in I’m Now (brano di punta dell’ottimo The Lucky Ones del 2008) l’adrenalina è al massimo, il pubblico gradisce con un sincero headbanging e le mani al cielo!

Prima di una breve pausa, la bella ed inaspettata versione di One Bad Actor, tratto dall’eccellente EP Morning in America uscito nel 2018.
Il finale è puro furore, Suck You Dry e Here Comes Sickness infiammano nuovamente il pubblico, con Steve Turner che si dimostra uno dei più intensi chitarristi garage-rock della sua generazione. Non c’è nemmeno il tempo per riprendersi da questo uno-due che i ritmi rallentano nella catartica When Tomorrow Hits, prima della deflagrazione totale di In ‘n’ Out of Grace, con il feroce drumming in solitaria di Dan Peters che tiene col fiato sospeso ed i nervi tesi tutti i presenti, confermandosi una vera e propria bestia dietro le pelli (non è un caso se nel 1988 era il batterista più richiesto nella scena musicale di Seattle).
I quattro si congedano dal pubblico del Capitol dopo oltre un’ora di grande intensità: per i Mudhoney il tempo sembra non passare mai, nonostante qualche capello bianco e un po’ di pancia, rimangono sempre i terribili ragazzi che facevano stage-diving nei furenti live della Seattle, divertendosi e facendo divertire chi non ha mai smesso di ammirarli.
Alla spicciolata, il pubblico lascia il Capitol: chi si ferma per una maglietta (quella con il grande Bigmuff è bellissima!), chi per un vinile o un cd, chi per l’ultima birra della serata. Siamo un po’ tutti frastornati, felici e soddisfatti. Domani mattina forse un leggero acufene o un mal di testa … ma ne è valsa la pena.
Ne vale sempre la pena!

Mudhoney live at Capitol Pordenone (photo by Charles Poisonheart)
Mudhoney live at Capitol Pordenone (photo by Charles Poisonheart)
Charles Poisonheart

Charles Poisonheart (nella vita reale Alessandro Cancian) avido ascoltatore di musica indipendente, scrive dal 2009 sul blog Heart of Glass Recensioni Musicali e dal 2019 su In-Retrospettiva.

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