Orgoglio Indie: l’International Pop Underground Convention di Olympia

Dal 20 al 25 agosto del 1991, lontano dalle ronzanti carovane del Lollapalooza o dei concerti negli stadi, si svolgeva nella piccola e ricettiva comunità di Olympia un evento che prese il nome di International Pop Underground Convention. Un festival di musica indipendente che fu espressione genuina dell’etica indie, la stessa che nel decennio precedente aveva silentemente arruolato migliaia di adepti per tutta l’America. Una manifestazione di armonia e condivisione, non senza quell’elitarismo che da sempre contraddistingueva gli ambienti alternativi e underground.
International Pop Underground

Il punk hardcore l’aveva plasmata a sua immagine e somiglianza, le più sotterranee e misconosciute scene locali l’avevano alimentata, arguti e pionieri musicisti ne avevano fatto un credo. La musica indipendente aveva vissuto e proliferato nelle retrovie, tra la fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, attraverso miriadi di band, approcci diversi, accomunati dal medesimo sentimento di indipendenza. Un decennio intenso tra concerti in piccoli ed improbabili club, quasi mai pagati e con un manipolo di fans ad incitarli come degli eroi. I più fortunati potevano immolarsi in mini tour per l’America a bordo di fatiscenti furgoni scassati, pochi spicci in tasca e nessun posto dove dormire (il massimo era il pavimento di qualche amico conosciuto sul posto). Sopravvivere e tornare a casa parevano miraggi nella calura texana o nelle lande sperdute del Minnesota. Eppure, nonostante tutta questa apparente mestizia, la cultura indie veniva tramandata con religiosa ammirazione e profondo rispetto, poiché college-radio, fanzine e piccole label avevano creato negli anni un network abbastanza stabile e parallelo a quello che era l’inavvicinabile paradigma mainstream.

Nel 1990 Calvin Johnson e Candice Pedersen, personcine dalla mentalità aperta e ricettiva, nonché fondatori della label indipendente K Records di Olympia, tramite la loro folta rete di connessioni e contatti, avevano consciamente creato una piccola comunità musicale riscrivendo in parte il concetto di stesso di indipendent. Il quartier generale era l’Evergreen di Olympia, un college estremamente progressista, che abiurava il concetto di insegnamento tradizione e la valutazione tramite i voti, agevolando il confronto e la discussione propositiva e multi-disciplinare tra docente e studente. Moltissimi giovani vennero attratti dalle prospettive libertine dell’Evergreen State College: da Bruce Pavitt fondatore della Sub Pop Records, ad una folta schiera di musicisti quali Kim Thayil, Kathleen Hanna, Steve Fisk e molti altri, non ultimo anche quel Matt Groening futuro papà dei Simpons. 

International Pop Underground
I Beat Happening dal vivo all’International Pop Underground Convention (Photograph by Michael Galinsky)

Consci dell’esperienza di label influenti come la SST Records di Greg Ginn o della Dischod di Ian MacKaye, i giovani musicisti di questo micro-cosmo artistico ed intellettuale del North-West avevano portato la visione DIY (Do-It-Yourself) finalmente all’esasperazione. L’approccio dilettantistico verso lo strumento (e lo scambio del tutto casuale sul palco) veniva perseguito con coraggio ed imperizia durante le esibizioni dal vivo -il cui confine con l’arte performativa era labile e sfocato-, il culto della produzione lo-fi (a bassa fedeltà) veniva eretto a totem dell’etica indipendente, la libertà e l’emancipazione femminile diventava un tatuaggio indelebile sulla pelle. I giovani dell’Evergreen State potevano sfoggiare tanto una mentalità aperta e cordiale, quanto una reazionaria e barricadera.
Band come i Beat Happening di Calvin Johnson erano l’esempio più fulgido di questa ondata culturale, tre improbabili musicisti (con Johnson anche Heather Lewis e Bret Lunsford) che nel 1985 esordivano con l’omonimo manifesto di jingle-pop prodotto per infinitesima sottrazione dal guru di Portland Greg Sage. Faranno innamorare anche un giovane Kurt Cobain (che invidierà non poco lo spavaldo Calvin) che alla fine degli anni Ottanta frequentò la cittadina di Olympia, cambiandolo per sempre.
Era il preludio all’apoteosi.

Una festicciola organizzata nel luglio del 1990 poco fuori Olympia con amici e habitué degli ambienti della K Records e dell’Evergreen, rappresenterà l’anticamera di quello che Calvin Johnson e Candice Pedersen organizzeranno solo un anno dopo: perché non estendere quello stesso clima empatico ad un piccolo festival in più giorni con le migliori band indipendenti americane, che incarnasse l’autentico spirito indipendente? Nasceva così l’idea dell’International Pop Underground Convention, curiosamente in quella stessa estate del 1991 che vedrà nascere il pachidermico carrozzone itinerante Lollapalooza Festival di Perry Farrell. 
Sfruttando il network di conoscenze e relazioni, tramite un fitto giro di telefonate e corrispondenze, Johnson e la Pedersen organizzarono quello che sarebbe stato il primo -ed ultimo- grande evento indipendente, nel quale musica, arte performativa, poesia e femminismo avrebbero condiviso in armonia gli stessi spazi.

«C’era un ambiente incredibilmente genuino, non pretenzioso, in cui le persone si rispettavano reciprocamente creando legami in modo molto diverso che in altre occasioni simili»  

Bruce Pavitt, co-fondatore della Sub Pop Records

Gran parte delle cinquanta band che parteciparono all’evento facevano parte del circuito indipendente, l’unica eccezione era rappresentata dalle rispettabilissime L7 che erano in procinto di lasciare la Sub Pop Records per un’importante major. La comunità musicale non era necessariamente legata ad una label, o all’area geografica del North-West, a prevalere era l’ideale indipendente e DIY: vi parteciparono i mitici Pastels dalla Scozia, i Shadowy Men On A Shadowy Planet dal vicino Canada, ed alcuni nomi di punta come i Fugazi di Ian MacKaye (che da poco avevano pubblicato il capolavoro Repeater), i Melvins da Montesano ed i veterani proto-grunge dei Fastbacks. Il festival demonizzava senza mezzi termini la macchina dello show-biz al motto di “Non sono ammessi lacchè dell’orco aziendale”; i prezzi dei biglietti era più che popolari, con gli stessi musicisti si adoperavano attivamente all’organizzazione del festival, come ad esempio Ian MacKaye che staccava biglietti al Capitol Theater, centro nevralgico delle esibizioni dal vivo.

Come ricorda Brendan Canty dei Fugazi: «Stiamo parlando di un festival che in qualche modo inconscio fu il coronamento degli anni ’80 e della scena indipendente di quel decennio». Non c’era la sensazione che questo evento potesse evolversi in un’ondata musicale nuova che avrebbe incalzato gli anni ’90, era solo un ritrovo di persone che condividevano il medesimo stile di vita, la stessa concezione musicale, lo stesso rigurgito verso un decennio reaganiano le cui nefaste conseguenze stavano assumendo contorni sempre più grotteschi.

International Pop Underground
Le Bratmobile dal vivo all’International Pop Underground Convention (Photograph by Michael Galinsky)

L’International Pop Underground Convention fu anche il palcoscenico per il raduno delle femministe del movimento Riot Grrrl capeggiato dall’agguerrita Kathleen Hanna e dalle Bratmobile, rappresentando uno dei momenti più intensi dell’intera convention. Meeting con discussioni e confronto sul ruolo femminile nel mondo della musica e sulla disparità tra sessi, poesie e reading, poi finalmente i concerti con la serata Love Rock Revolution Girl Style Now. Incendiarie le esibizioni delle 7 Years Bitch, Bratmobile e Heaven to Betsy, la band di Corin Tucker (primo embrione per quello che saranno le Sleater-Kinney) che esordiva proprio sul palco dell’International Pop Underground, suonando molto presto rispetto alle altre band per farsi poi riaccompagnare a casa dai genitori.

«Hipster, nuovi rocker mod, gente ai bordi delle strade, ragazze sognanti sugli scooter, punk, teddyboys, istigatori dell’esplosione Love Rock, editori di ogni possibile grrrlzine, cospiratori della ribellione giovanile, bibliotecarie del Midwest, maestri di sci scozzesi che vivono di notte…»

Dal manifesto dell’International Pop Underground Convention, Olympia 20-25 agosto 1991

Come testimoniarono i presenti, il carattere della convention era davvero gioioso e senza troppi fronzoli: un ambiente ove famiglie ed appassionati di musica condividevano gli stessi spazi, si ricordano i dolci e le torte fatte in casa distribuite negli stand come una qualsiasi festa di paese e soprattutto l’assenza di merchandise delle major, sostituiti da magliette e dischi delle band indipendenti che vi suonavano.

Dunque, i Beat Happening avevano portato all’esasperazione il concetto di indie, esaltando un’estetica non allineata, contro qualsiasi moda, ma anche stucchevolmente iconoclasta. In particolare, era amplificata la gestualità ed un atteggiarsi a tratti eccentrico, perimetrale alla comunità elitaria di Olympia. Ad esempio, lo stare sul palco con pose kitsch, o il pigro ed irriverente dondolamento degli arti tra un brano e l’altro, o il simbolico tirarsi su appena la maglietta sopra l’ombelico per grattarsi puerilmente il pancino (tipico cliché di Calvin Johnson); tutti atteggiamenti che venivano assorbiti dalle giovani band approcciavano alla musica lo-fi dei Beat Happening. Come annotò il giornalista indipendente Robert Zieger: «Mentre guardavamo l’ennesima band minimalista che mischiava riff semplicisti, una batteria stolida, innocenza infantile posticcia, e storie finite a metà di dolcetti da leccarsi i baffi e di quanto sei nervosa quando sei vicina a un bel ragazzo, pensai “I Beat Happening hanno un bel po’ di colpa in tutto questo, non è vero?».

Solo qualche settimana più tardi, un disco rock alternativo suonato da una band di Aberdeen (vicino Olympia) che aveva appena firmato per la major Geffen Records, sconvolse per sempre il mercato musicale mondiale, sfatando l’utopia di un disco indie in testa alle Billboard Charts. Nevermind dei Nirvana provocò un cataclisma, ma di fatto pose la pietra tombale anche alla scena del North-West, già sotto assedio da parte delle major, che di lì a poco avrebbero avuto la scusa di razziare con ingordigia qualunque band potesse anche lontanamente ricordare l’estetica dei Nirvana.
Ad ogni modo, l’International Pop Underground rimane nella memoria come un grandissimo evento collettivo, con uno sforzo organizzativo che solo l’indole indipendente e l’etica DIY avrebbe potuto garantire. La passione e la dedizione per la musica e per valori vicini ad essa come il rispetto reciproco e l’amicizia furono il traino necessario per realizzare un avvenimento per molti versi storico e che chiuse in bellezza quel sogno indie nato dieci anni prima con il punk hardcore ed il sacrificio di centinaia di misconosciute band di culto sparse per gli Stati Uniti.

Altri contenuti fotografici di Michael Galinsky sono disponibili a questo indirizzo

Charles Poisonheart

Charles Poisonheart (nella vita reale Alessandro Cancian) avido ascoltatore di musica indipendente, scrive dal 2009 sul blog Heart of Glass Recensioni Musicali e dal 2019 su In-Retrospettiva.

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