Noi eravamo esegeti del nichilismo e della furia iconoclasta. Esaltavamo l’abbattimento degli idoli e degli eroi, soprattutto in ambito musicale, artistico e politico. Eravamo punk anarchici, forse inconsapevoli della dottrina politica ortodossa, ma molto più pragmatici ed operativi.
Alcuni dei più letterati ed istruiti tra noi citavano sì Bakunin, De Bord, Paul Eluard, Benjiamin Perèt, Chomsky, Popper, Pasolini, Berneri ed Hakim Bay come numi tutelari, ma anche e soprattutto H.R. dei Bad Brains, Iggy Pop, i Ramones, Henry Rollins, Jello Biafra, GG Allin, ICE T ed i Body Count, i Public Enemy, il metal aggressivo di Megadeth e Metallica ed il thrash dei Sepultura e degli Slayer, i Misfits, gli Attitude, i Black Flag, gli Stooges, gli MC5, gli Sham 69, i Discharge e i Nofx di Fat Mike, i Fugazi, i Television, i Killing Joke, i Damned,
gli Stranglers, i Bauhaus, i Rage Against The Machine di Tom Morello e Zack, gli Youth of Today, i Prong, i Madball, i NIN di Reznor ed i Ministry di Al Jourgensen, Mike Muir ed i Suicidal Tendencies e gli Infectious Grooves, quei bacchettoni vegani degli Shelter e dei Gorilla Biscuits, i Minor Threat, i Dead Kennedys, il metal negro funky dei Living Colour, il crossover meta-razziale di Jane’s Addiction, Faith No More, George Clinton, Fishbone, Primus ed F.F.F.,
la teutonica imponenza industrial sinfonica degli Einsturzende Neubaten, gli hardcorer svedesi “kill the Abba” Refused, tutta la matassa industriale neuro-dialettica di Pitch Shifter, Front Line Assembly, Laibach, Neurosis, il gotico sguardo malinconico di Nick Cave, l’Alternative Tentacles, The Ex, il noise intellettuale dei Sonic Youth, dei Jesus Lizard, dei Morphine, degli Helmet, il post rock di June of ’44, Gastr de Sol, Don Caballero e Tindersticks, qualche residuo grunge ante Nirvana come Tad, Mother Love Bone, Dinosaur Jr e Husker Du, Afghan Whigs e Soundgarden,
i Pixies dal pop-punk neoromantico, la nascente rave culture derivativa dalle feste illegali nei boschi dello Yorkshire e del Sussex e dei capannoni abbandonati di Madchester e South London, la 4AD ed i figli suicidi dei Joy Division, “finanche il free jazz punk Inglese e la new wave italiana” e la scuola punk-rock autoctona fine anni Ottanta ed ispirata da quel sano “do it yourself” che ci portava a essere il microfono di noi stessi: i Kina, i Wretched, gli Infected, i CCCP, i Disciplinatha, i Negazione, i Nerorgasmo, gli Skiantos. Basta Guccini e fiaschi di vin! hippies e freakkettoni con i sandali, i cannoni rollati ed i djambè. Al massimo gli Area di Demetrio e il De Andrè letterario ed anarchico iniettato però in un sogno biomeccanico di H.R.Giger e con i testi di Battiato e Giusto Pio.
Eravamo belli, emaciati, tamarri. Senza creste e chiodi da Variety o Vogue London, ma con indosso quello che trovavamo al mercato delle pulci del Balon di Torino lungo la Dora Riparia e che assemblavamo secondo un gusto ed una esigenza tutta individuale, senza stilisti di professione e uniformi da indossare ad uso dei fotografi e della TV. Eravamo ultimi e primi moichani scapigliati con la voglia di riprenderci tutto quello che stava crollando attorno a noi nel rutilante digrignare di una catena di montaggio in coma profondo.
Occupavamo scuole, università e spazi morti che diventavano d’improvviso fucine virulente di creatività. Avevamo sostituito al piombo degli anni Settanta e Ottanta i multicromatici sbuffi della ribellione che seppure spesso erano venati dal nero che uniforma nella battaglia contro il sistema, sapeva far rivivere le diverse anime multietniche e multiculturali della più grande città portuale senza il mare che eravamo noi di Torino Motorcity.
Il punk hardcore abbandonava la retorica politica ed anthemica per slogan stereotipati e si faceva trascendenza introspettiva e altrettanto rivoluzionaria, lirica e visionaria nei versi ispirati ed intimisti dei Negazione di Tax, Zazzo ed il caro Marco Mathieu ed i Declino di “Mungo” V.R. Bertotti e degli Ifix-Tcen-Tcen. La noia era il Moloch da abbattere in una città grigia dove non succede mai niente, nemmeno marcire in una officina di Mirafiori, come cantavano i Rough di Piero Maccarino tra uno striscione degli Ultras Granata, una rissa con i mods e la rabbia dei figli del Boom fallito.
I Nerorgasmo del compianto Luca Abort Bortolusso erano poesia in putrefazione, degna del Baudelaire del Male, capaci di scardinare con quattro accordi e una voce resa roca dalle lamate dei naziskin i capisaldi ipocriti del materialismo e dell’omologazione del Capitale e del Consumismo, con maggior efficacia che mille proclami marxisti forgiati nelle fumose assemblee senza fiato e prospettiva dei collettivi universitari e dei centri sociali autonomi.
Era l’estetica situazionista e post-atomica e post-industriale del né centro né sociale El Paso, felice isola nel niente, quello che frequentavo insieme ai miei amici sfigati, fieramente occupata dal 1987 nel cuore del quartiere operaio di Mirafiori, a cinque metri dalla stazione di Lingotto e dell’omonimo ex stabilimento Fiat, tanto caro a Mussolini, di via Nizza oppure del Prinz Eugen a due passi da Piazza Statuto, o ancora alla Delta House nel cuore della Torino periferia Nord, all’intersezione di Barriera di Milano e Madonna di Campagna.
O il Kinoz di Via Giordano Bruno in piena zona Lingotto, davanti il mitico Filadelfia del Toro Immortale e covo di Ultras Granata, anarchici e tamarri di Mirafiori dediti all’arte del Cylum.
Luoghi che frequentavo, sostenevo, occupavo ed In cui si forgiava la dialettica dell’HC di matrice ipercinetica e all’essenza di Ganjia dei Bad Brains con l’esilarante, cinica e romantica parlata pugliese di Gigio dei Church of Violence.
Era la quadrangolare e possente forza dell’incedere dell’hardcore di matrice Helmet e Newyorkese con cui i Fluxus di Luca Pastore e Franz Goria salmodiavano disarmanti verità sulla società di classe, sulla comunicazione di regime e sulla barbarica assuefazione delle masse al pensiero unico, diluendo nello stesso percorso musicale para-artistico De Bord appunto e i situazionisti, il dadaismo, Salinger e Pasolini, la bruttura del sistema di fabbrica e della scuola pubblica lager dei poveri attraverso le struggenti voci campionate da un documentario Rai sui figli degli operai Fiat.
Vedi ho citato alcune persone – tra le mille che potrei ricordare e che sono raccontate nel romanzo – luoghi, storie che qualcuno potrebbe considerare icone, miti, archetipi della controcultura italiana contemporanea, invece per me sono solo fratelli di percorso che mi hanno donato tutto il loro sangue, le loro membra, la loro capacità di essere vivi oltre la morte di questa società.
Domenico Mungo
Docente di Lettere, Storia e Geografia presso il MIUR dal 2007, è scrittore, saggista, giornalista, poeta e storyteller. Ricercatore di Storia e Letteratura Contemporanea e Antropologia sociale. Organizza e dirige rassegne culturali su affidamento istituzioni e amministrazioni Città di Torino Area Metropolitana. Presidente Associazione Culturale “Narrazioni Urbane”. Ha collaborato con S... Leggi di più
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Articolo molto interessante, intenso e dettagliato.