Il nome di Jerry Cantrell è e sarà sempre legato agli Alice In Chains. Questa è una verità indissolubile che facilmente trova conferma quando si parla di leader spiccati all’interno di una band. È capitato con Pete Townshend degli Who, con Jimmy Page dei Led Zeppelin, o per rimanere nella nostra Italia ad Omar Pedrini dei Timoria, tanto per fare tre nomi a caso.

Dunque, lo stesso si può dire per il biondo chitarrista di Takoma che ha marchiato con la sua chitarra e con il proprio songwriting eccelso il sound di un gruppo che ha lasciato il segno all’interno della storia del rock degli ultimi trent’anni. Come ogni artista che si rispetti, però, c’è quel qualcosa che lo ha portato ad andare anche per proprio conto, lasciando i suoi storici compagni da soli e provando a intavolare un discorso diverso che lo caratterizzasse ancora di più.
È chiaro che nel caso di Cantrell, i problemi di tossicodipendenza di Layne Staley che avevano, di fatto, paralizzato la sua “creatura” hanno inciso tantissimo affinché si materializzasse molto più facilmente la strada che lo avrebbe portato a percorrere una carriera solista che si sta rivelando, ancora oggi, redditizia sia da un punto di vista economico e sia sotto il profilo dei riscontri positivi che la critica continua a conferire ai suoi lavori, diversi, in certi casi, per approccio e stile a tutto quanto fatto in precedenza con i propri sodali degli Alice In Chains.
Per questo, in un momento storico come quello attuale che lo vede protagonista con la sua nuova fatica “I Want Blood”, è giusto andare a ripercorrere la produzione solista, che, pur essendo quantitativamente non numerosa, risulta di una qualità impressionante. Le prime avvisaglie di una sua “fuga” dagli Alice In Chains si materializzano nel 1996 quando Cantrell partecipa alla colonna sonora del film “The Cable Guy”, scrivendo ed interpretando una canzone oscura come “Leave Me Alone”. Al suo fianco ci sono Inez e Kinney, ovvero altri 2/4 degli Alice in Chains.
Il pezzo in questione non è trascendentale, ma ha i tratti tipici del suo modo di concepire la musica. Riff preponderante, sound buio ed oscuro e ritornello decisamente solare. Insomma, i crismi sono i soliti e bastano per placare momentaneamente la sete di musica dei fans. Visto che non ci sono buone news all’orizzonte sugli Alice in Chains, Cantrell capisce che è il momento di chiudersi in uno studio e registrare musica per proprio conto.
Lo fa con la solita cura dei particolari e dei dettagli, così da prepararsi in grande stile al suo vero esordio da solista. Per prima cosa, dopo aver scritto la musica, decide di chiamare ospiti di rilievo che lo possano accompagnare nell’uscita di quello che sarà conosciuto come “Boggy Depot” che vedrà la luce nel 1998. Alla batteria il chitarrista si affida ancora una volta al fido Sean Kinney, mentre per il ruolo di bassista egli decide diversamente.

Saranno tanti i talenti delle quattro corde che lo accompagneranno: da Rex Brown dei Pantera a Norwood Fisher dei Fishbone, passando per l’amico Mike Inez e per il fenomenale Les Claypool di Primus, la lista fa impressione e questo dato ci dà un’idea di come Cantrell sia stimato trasversalmente nel mondo della musica rock. La casa discografica Columbia fa un battage pubblicitario buono quando si tratta di promuovere il disco e per l’occasione mette in circolazione anche due singoli, accompagnati da altrettanti video promozionali.
Ma andiamo con ordine
L’album si apre con un siluro che porta il nome di “Dickeye”, che è il classico anthem di stampo “cantrelliano”. Ci muoviamo, però, su coordinate meno grunge rispetto al passato prossimo dell’artista, ma sulla bontà della traccia nessuno mai potrà obiettare. Le coordinate cambiano decisamente rotta con il primo singolo “Cut You In”, in cui, per la prima volta, vi è un cambio di passo rispetto al passato.
Si tratta di un ibrido sonoro in cui il funky, il soul e il rock provano ad unirsi nell’universo del musicista, tanto che troviamo anche il sax a dare un contorno molto seventies ad una canzone che rimane ancora oggi una sorta di unicum. Si ritorna su toni neri e depressivi nella successiva “My Song”, ballata oscura e delicata che sarebbe stata perfetta per la voce di Layne Staley.
Ancora più languida risulta “Settling Down” in cui fa la comparsa anche il pianoforte. Essa è un affresco nero di un Cantrell che sembra quasi recitare più che cantare i propri versi. Poi, ad un certo punto, il plot si modifica e si entra in una fase più elegiaca, ma si tratta di un breve momento, prima di sprofondare nuovamente nel buio e nella solitudine di un uomo che vorrebbe combattere con tutte le sue forze i demoni che lo assillano. Con “Breaks My Break” non c’è un vero e proprio cambio di registro.
La liquidità del brano, rappresentata dalla voce filtrata di Cantrell, è il tratto distintivo di una traccia che, però, ha la capacità di esplodere nella sua seconda fase. Il mood è molto anni settanta e ha degli echi cantautorali, anche se si staziona in un recinto quasi psichedelico che ne accresce la qualità. Poi non mancano i riferimenti ai Black Sabbath nella successiva “Jesus Hands”, mentre in “Devils By His Side” si ritorna a respirare aria di casa “Alice In Chains”.
Nella seconda parte di “Boggy Depot” sono concentrate le cose più particolari. “Keep The Light On” ha una partenza bruciante, ma si caratterizza per un ritornello semplicemente clamoroso che sembra non avere nulla in comune con il resto del brano. “Satisfy” è un blues nero che fa piombare l’ascoltatore in uno stato di consumata depressione, a differenza, ad esempio, di “Between” che vede la presenza di Les Claypool e che si caratterizza per essere un esempio solare di songwriting che paga dazio alla tradizione country americana.
“Hurt a Long Time” è la traccia più completa del lotto perché è pregna di riferimenti anni settanta con cui Cantrell è cresciuto da ragazzo, a differenza della conclusiva “Cold Piece”, lisergica e viaggiante e che ha il merito di mettere la ceralacca ad un lavoro ambizioso che in pochi suoi colleghi sarebbero stati in grado di scrivere e tramutare in musica.
Con la fine del secolo e gli inizi del 2000 il quadro musicale si rivela nefasto. Gli Alice In Chains sono in uno hiatus infinito, Layne Staley sta consumando la propria vita con la droga e la sua fine sembra essere sempre più vicina. In tutto questo i problemi economici fanno visita anche a Cantrell che ha bisogno di tirare fuori musica che lo sollevi da un periodo non eccezionale.
Chiudersi, ancora una volta, in uno studio di registrazione appare la medicina giusta per alleviare la sofferenza insita che il biondo porta con sé. Si arriva al 2002 e Layne Staley mette fine alla sua odissea, salutando il mondo il 5 aprile. È la classica fine annunciata, ma Cantrell accusa il colpo più di ogni altro. Se ne va il suo migliore amico con il quale aveva condiviso tutto, oltre che un artista unico che aveva contribuito con la propria voce a rendere gli Alice In Chains una band imprescindibile.
In tutto questo caos, il musicista, insieme a Mike Bordin dei Faith No More e Rob Trujillo dei Metallica, tira fuori un mattone mastodontico che porta il nome di “Degradation Trip”. Esso viene immesso sul mercato prima in versione singola e poi in quella doppia, spiazzando i fans che non sanno cosa comprare. Alla fine, chiaramente, chi adora Cantrell si comprerà ambo i formati e non farà male.


Andare ad analizzare questo secondo disco non è per nulla facile, in quanto lunghissimo e cupissimo. Di certo una cosa va subito evidenziata. Se Layne Staley fosse stato vivo, “il viaggio della degradazione” sarebbe stato un disco a nome Alice In Chains. Di questo ne siamo, pressoché, certi e a confermalo ci pensa l’iniziale “Psychotic Break” che pare essere cucita su misura per la voce del suo amico.
Da qui in avanti parte un viaggio verso la più completa perdizione o degradazione, scegliete voi il termine esatto, dove non appare all’orizzonte mai la parola speranza. Cantrell rivelerà, anni dopo, che questo disco gli procura ancora oggi emozioni negative e contrastanti, perché lo riporta indietro con la mente a un periodo della propria vita negativo e pieno di difficoltà. La depressione la si capta pesantemente in tracce come la lenta “Solitude”, la sabbathiana “Castaway” o la granitica “Hellbound”.
Variazioni sul tema, tipo canzoni più accelerate, si trovano in “Mothers Spinning In Her Grave (Glass Dick Jones)” e “She Was My Girl”, ma si tratta di “sveltine” che si contrappongono a veri e propri parti lunghissimi e di non facile gestazione. Il buio e il grigio sono una cappa da cui non si può trascendere quando ci si imbatte in monoliti come “Owned” e “Pig Charmer” che portano con sé tutto il male oscuro di vivere che avevamo conosciuto in passato con “Dirt” e il famoso omonimo “tripode”.
Qui dentro ci sono gli Alice In Chains o quello che nella testa dell’artista dovevano rappresentare alle porte del nuovo secolo e che alla fine si ritrova egli da solo a condurre in un viaggio disperato e senza ritorno. Forse “Degradation Trip” è la pagina più nera che Cantrell scrive da quando fa il musicista e la rende pubblica al mondo intero senza alcuna paura. In tutto questo non bisogna, però, tralasciare un piccolo, ma grande aspetto, ovvero la qualità delle canzoni che sono tutte sopra la media.
A parte qualche filler (“Thanks Anyway”, ad esempio), si gira sempre a mille con il Mastermind che fa pentole e coperchi praticamente da solo, supportato da una band di primissimo ordine che lo accompagna per mano in questo cammino impervio e pieno di trappole seminate sul terreno.
Arriviamo ai giorni nostri e più precisamente al 2021
Gli Alice In Chains sono in vita con un nuovo cantante quale William Duvall ed hanno già alle spalle tre dischi con questa line-up. Questa premessa è molto importante per potersi approcciare alla terza fatica solista di Jerry Cantrell (“Brighten”). Il musicista di Takoma si trova in una situazione in cui non deve dimostrare più nulla a chiunque si avvicini alla propria proposta. La sua carriera, soprattutto al timone degli Alice In Chains, è così aurea che niente e nessuno potrà scalfire quanto di buono realizzato in oltre trenta anni di durissimo lavoro, dove è stato in grado di resistere a lutti e ad eccessi di ogni tipo.
Quindi, per sgombrare il campo da qualsiasi equivoco o aspettativa, chi spera di trovarsi dinnanzi a dei riff alla “Them Bones” o alla “Grind” di turno può anche allontanarsi immediatamente dal desiderio di provare ad ascoltare cosa ci sia realmente in “Brighten”, che è un lavoro che si avvicina molto di più all’esordio “Boggy Depot” che al monumentale e granitico “Degradation Vol. 1-2”. L’aspetto cantautorale, unito ad una riscoperta delle radici settantiane, caratterizza dall’inizio alla fine questo album, in cui scompaiono, come d’incanto, le classiche macchie malate e pregne di dolore che hanno sempre fatto da motore portante all’interno della musica del biondo.

Probabilmente, se proprio qualcosa la si vuole allegare agli Alice In Chains, allora si deve ritornare sul valido “Rainier Fog” e ricordarsi come suonano pezzi tipo “Fly” o “Maybe” che risultano essere palesemente i genitori naturali di canzoni come la country “Prism Of Doubt”, la fantastica “Nobody Breaks To You” o il gustoso singolo “Brighten”. La dimensione acustica (non alla “Jar Of Flies” o alla “Sap”, intendiamoci) non manca mai dal primo all’ultimo secondo e si unisce a strumenti anche diversi, tipo mellotron e tastiere varie, che rendono l’ascolto molto vintage e “americano” nel senso più puro del termine (“Dismembered”).
L’uso della seconda voce, sempre costante nella band madre, ogni tanto fa capolinea anche qui, grazie alla presenza educata di Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan che si trova a far parte del progetto insieme a un altro pezzo da novanta come il bassista Duff Mckagan. Tra ricordi che riportano alla mente “Unforgiven” dei Metallica, vedi l’introduzione di “Siren Song”, e blues riletti in chiave acida (“Atone”), Cantrell si disegna un nuovo ritratto della sua persona di mezza età che pare aver fatto pace, almeno apparentemente, con quelli che sono i demoni interiori che lo accompagnano da quando si è gettato nel mondo della musica.
E non è un caso che il disco si chiuda con una cover molto rilassata qual è “Goodbye” del suo amico Elton John, volta a certificare un nuovo percorso di uno degli artisti più influenti degli ultimi trenta anni che, con il suo sound nero e malato, ha influenzato una caterva di band che dovrebbero, per riconoscenza, donargli una parte importante dei propri guadagni.
Arriviamo, pertanto, ai giorni nostri e al fatidico “I Want Blood” che pare essere un omaggio al passato più che un vero e proprio ritorno, non fosse altro per una questione anagrafica che vede Cantrell essere, ormai, vicino ai sessanta anni. Sulla qualità di questo disco non c’è molto da dire. Si tratta di una sorta di fotografia di quanto immortalato dal musicista nel corso della propria carriera. O, probabilmente, di un vero e proprio bignami da imparare a memoria per chi vuole approcciare per la prima volta con lui.

Ci sono gli Alice In Chains di “Sap” nella conclusiva “It Comes” che riporta alla mente la cimiteriale “Am I Inside” e quelli di “Rainier Fog” in una ballad dai tratti rilassati come “Afterglow”. Abbiamo la voglia di andare ad omaggiare band quali i Queens Of The Stone Age nella corrosiva titletrack e troviamo in “Off The Rails” quello che Cantrell ha voluto dirci con il suo primo lavoro da solista. Jerry, maestro delle melodie malate, ricorda a tutti che come lui non ve n’è e ce lo dimostra con “Let It Lie” in cui omaggia (e non può essere altrimenti) il suo mentore Tony Iommi da cui è legato alla stessa maniera in cui lo è un figlio con il proprio padre.
Sabbath – Alice In Chains è un’equazione che va aldilà di ogni spiegazione e non è un caso che ancora oggi parliamo di due delle band più influenti, ognuna a loro modo, della storia del rock. Per il resto è bello farsi trasportare dal grunge prima maniera rappresentato da “Throw Me A Line” o dalla ipnotica melodia malata di “Held Your Tongue” che ci riporta indietro con la mente agli anni andati di “Degradation Trip”.
Insomma è Cantrell che interpreta sé stesso, ma con la maturità di una persona che ha visto di tutto e che guarda ed analizza con lucido distacco la realtà che lo circonda. Egli scrive ancora oggi musica di qualità e la sua vena compositiva non sembra avvertire il peso dell’età a differenza di qualche suo famoso collega che da Seattle continua a lucrare pur avendo perso smalto da tempo immemore.
Francesco Brunale
Francesco Andrea Brunale è nato a Roma il 04 marzo (come Lucio Dalla) 1975. Risiede da anni a Campobasso e nella vita di tutti i giorni svolge la sua professione di avvocato. È anche giornalista pubblicista ed ha una passione sconsiderata per il Napoli Calcio, l’AFC Wimbledon, il Campobasso, l’Olimpia Milano, i Los Angeles Lakers e soprattutto per la musica rock. Collabora da anni con i siti... Leggi di più
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