Girl in a Band – Kim Gordon

Il 15 ottobre 2011 con uno stringato comunicato stampo della Matador Records veniva annunciata la separazione tra Thurston Moore e Kim Gordon. Di fatto sarà anche fine dei Sonic Youth.
Quattro anni dopo le memorie di Kim Gordon vedranno la luce in un volumetto snello dal titolo Girl in a Band. Un’immediata e spasmodica curiosità che ben presto lasciava presagire ad uno strisciante ed acidulo senso di frustrazione nel leggere le vicende personali e formative della Gordon e dei Sonic Youth. È subito palese come Girl in a Band non possegga né il ritmo martellante di una intensa biografia rock, né tanto meno l’agrodolce aneddotica di un breviario indie fatto di ricordi e momenti spensierati. Rimarrà quindi a bocca asciutta l’avido lettore che si aspettava appassionate iperboli sull’essenza rumorosa dei Sonic Youth, su quello che hanno rappresentato nella scena indipendente mondiale, in ossequio religioso ad una coppia Gordon-Moore che fu il vessillo cool degli alternativi degli anni Novanta.

Kim Gordon

Un memoir, Girl in a Band, che ha il passo felpato di un flusso di coscienza interiore scritto con la forza del ricordo, ma senza infiltrazioni nostalgiche, privo dei pilastri storici che potessero definire le sottoculture musicali della New York sopravvissuta al ciclone punk, ma allo stesso tempo stuzzicante nel ricostruire la scena dei loft o della no-wave, da un punto di vista puro e senza la fredda precisione cronologica della biografia. Quello di Kim Gordon è la endo-visione di chi ha vissuto la primitiva New York di fine anni Settanta, ove musica e mostre d’arte si scambiavano gli spazi, fondevano le istanze, estremizzavano la performance oltre il concetto stesso d’arte. Solo sullo sfondo, almeno inizialmente, l’epopea di una band che dai primi esperimenti no-wave ha saputo in almeno un decennio di dischi, concerti e rumorismi, ad imprimere alla propria musica non solo un sound preciso ed immediatamente riconoscibile, ma soprattutto a fungere da punto di riferimento per le band più giovani che volevano immolarsi alla tanto cara causa indipendente. Pure la firma per una major internazionale, quella Geffen Records che nel 1991 consegnerà alla discografia mondiale lo scossone di Nevermind, non intaccherà minimamente né la reputazione dei Sonic Youth, né la loro qualità compositiva e anti-establishment.     
Tuttavia, nello scorrere le quasi 300 pagine, sembra di udire flebile la voce di Kim Gordon, una voce rotta dalla ferita di un matrimonio che si è consumato tra vergogna ed umiliazione, risalendo via via a ritroso ad un’infanzia tutto sommato felice, sebbene confinata dell’introspezione. Poiché, Kim Gordon è soprattutto icona weirdness, splendida anti-diva che emanava una saggia ed evanescente aura mentre volteggiava libera sul palco con il suo basso, immersa in reminiscenze di danza ed in completa armonia con il muro sonoro innalzato da Ranaldo, Shelley e Moore. Introspezione e libertà come due lati di una personalità plasmata sin da quell’infanzia vissuta all’ombra del fratello Keller, a cui devozione e rimandi sono evidenti durante la lettura. La famiglia borghese ed un’educazione scolastica sperimentale, ne avevano affinato la sensibilità all’arte, portandola dalla natia e splendente Los Angeles alla grigia e nebulosa New York con i suoi tesori segreti.

«Io amavo la musica. Volevo spingermi il più vicino possibile a quello che sentivano gli uomini quando erano insieme sul palco, provare a mettere nero su bianco quella cosa invisibile»

Kim Gordon

Dreaming, dreaming of a girl like me” (citando la canzone Tunic, dedicata alla tormentata Karen Carpenter) sarebbe stato un sottotitolo azzeccato, ripercorrendo le vicende della bassista che suonava in una band di soli uomini: eppure, le vicende interne dei Sonic Youth sono appena accennate, preferendo lasciar spazio ai progetti ed alle iniziative extra-gruppo, solitamente marginali in una biografia rock. Anche questa è l’essenza di Girl in a Band. Cruciali, sin dalle prime pagine, l’addio sofferto a Los Angeles in favore di una artisticamente stimolante New York -inclusi gli espedienti per viverci alla soglia della povertà-, il passaggio alla Geffen Records e, dopo l’attentato del 11 settembre, il trasferimento a Northampton, nel Massachusetts, con la figlia Coco e le difficoltà di ambientamento, dalla scuola alle piccole faccende quotidiane.
Toccante, infine, il ricordo di Kurt Cobain, entusiastiche le righe dedicate alla scena no-wave, romantico e sognante il racconto dei primi tempi con Thurston Moore, vanificati (o meglio contrapposti) ad un finale piuttosto amareggiato, nel rievocare l’escalation di bugie e tradimenti che hanno portato alla separazione di una coppia che tutti noi vedevamo come inossidabile.          
Un diario appassionato e personale, che sfugge dalla logica del mito del rock ‘n’ roll per inquadrare la sensibilità femminile nel mondo dell’arte e della musica, scritto senza tanti fronzoli o episodi appariscenti, un po’ com’era Kim Gordon quando suonava e volteggiava nei Sonic Youth.

«Non saprei dire perché, ma ho sentito subito che eravamo simili, quel tipo di legame reciproco che nasce tra due persone super sensibili ed emotive che riconoscono a vicenda. Thurston non provava la stessa cosa per Kurt Cobain; è stato lui il primo a dire che io e Kurt avevamo una specie di legame bello e inspiegabile»

Kim Gordon

In Italia, Girl in a Band è edito per Minimum Fax (tradotto da Tiziana Lo Porto).

Charles Poisonheart

Charles Poisonheart (nella vita reale Alessandro Cancian) avido ascoltatore di musica indipendente, scrive dal 2009 sul blog Heart of Glass Recensioni Musicali e dal 2019 su In-Retrospettiva.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto